NONSENSE.

Perfezione. Bellezza. Dismorfofobia. Lotta. Traguardi. E alla fine?
Solo lacrime.

Certe persone hanno la mente intrisa di stupidi stereotipi che la società ci impone, e ne sono consapevoli.
Io sono tra queste.
Eppure toglierseli dalla mente è ancora più difficile che imitarli.

mercoledì 11 agosto 2010

L'inizio. Della fine?

Scrivere è sempre stato il mio sfogo, per tutto. Giornate no, litigi con i genitori, brutti voti a scuola.. perciò è stato normale iniziare a scrivere a proposito del baratro verso cui sprofondo di giorno in giorno.

Guardo le foto di quando ero piccola. Sono sempre stata piuttosto cicciottella, non c'è dubbio. Non è esattamente un faccino minuto quello che vedo nelle foto, incorniciato da folti capelli chiari, con una pelle liscissima, senza traccia di imperfezioni. L'unica cosa di quel viso che ritrovo tuttora in me sono gli occhi azzurri. Spesso capita che i miei parenti mi dicano "Com'eri bella in questa foto!" magari indicando quella che trovo più orripilante di tutte. Tralasciando gli occhi che il flash ha reso rossi come quelli di un coniglio albino e i capelli biondi e mossi che ora trovo osceni, la cosa che mi sconvolge di più è quel viso pieno, con la pelle di un assurdo color aranciato e due ombre cupe sotto gli occhi. Dicono che i genitori siano sempre di parte.. non ne sono completamente sicura. I complimenti fatti da mia madre posso contarli sulle dita. Solo quando indosso un vestito che trovo davvero tremendo mia madre mi dice che sto bene. "Perchè non metti il maglione bianco che ti ha regalato la zia?" Ora vorrei chiedere a tutti quelli che conosco quante volte mi hanno vista con indosso un maglione bianco negli ultimo cinque anni. Di mia madre ricordo soprattutto le osservazioni sui miei capelli, quando ancora li avevo biondi, riguardo al fatto che portavo la riga in mezzo. D'accordo, ora li trovo orribili anche io, ma a quel tempo pensavo che tenendoli così si notasse di meno il mio viso rotondo. Credo che in 19 anni soltanto una volta, guardandomi, mi si sarebbe potuto attribuire l'aggettivo "magra". Se non sbaglio questo periodo va dai quattro agli otto anni, lì si che ero magra. All'asilo non mangiavo quasi niente, non mi piaceva quello che la mensa ci propinava. Le porzioni per me erano sempre troppo grandi o avevano qualcosa che non andava bene. Ricordo ancora gli odori dei cibi della mensa. Il riso non lo mangiavo perchè non era come quello che mi cucinava mia nonna, la carne non mi andava a genio, dicevo che il pesce era difficile da masticare, che le carote al vapore erano dolciastre, che ero allergica al formaggio e ai fagiolini. Ho passato due anni d'asilo mangiando solo prosciutto, polpette, patate. La frutta quasi sempre riuscivo a farla sparire, così come il pane. Perciò in mensa non mangiavo praticamente niente, ma non mi spiego come potessi essere così magra quando al pomeriggio, per merenda, mangiassi ogni tipo di "pasticci". Mia nonna aveva, e ha tuttora, due mobiletti pieni di ogni sorta di cibo e io di solito sceglievo tre o quattro cose, patatine, biscotti, gelati, brioches e me le mangiavo tutte. Forse tutto quel cibo lo bruciavo giocando e correndo. In oltre andavo regolarmente in piscina. Credo di aver mantenuto queste abitudini fino alla quinta elementare, al massimo fino in prima media, ma il mio corpo non è rimasto sempre uguale. Nonostante durante le elementari pranzassi da mia nonna, mantenni l'abitudine di mangiare quantità industriali di cibo per merenda e fu durante il terzo anno che cominciai ad ingrassare. Ho un vago ricordo di quel periodo, in cui mi resi effettivamente conto del mio aumento di peso. Un giorno ero corsa da mio padre che stava dormendo e, in preda al panico, l'avevo svegliato dicendogli "Papà ho la pancia gonfia". Il primo filino di grasso che si depositava sul mio ventre. Non ricordo cosa mi disse lui, ma smisi di preoccuparmi di questo fatto per un po' di tempo, finché un giorno, mentre parlavo con mio zio, mia madre si intromise e disse "Guarda com'è ingrassata". Una secchiata di acqua fredda addosso. Era la prima volta che sentivo una frase simile nei miei confronti. Forse notando la mia espressione mio zio aveva risposto "Ma no dai.. tu cerca solo di mangiare meno merendine" Un tipico esempio di differenza di tatto. Quello fu il primo episodio che alimentò il mio conflitto con il cibo. Dopo il pranzo, pranzo che non terminavo quasi mai, ero solita prendere qualche dolcetto e andare a mangiarlo in camera, mentre guardavo la televisione. I miei nonni non mi facevano mancare mai niente; tornata a casa da scuola trovavo sulla tavola, oltre al pranzo vero e proprio, fette di torta, pasticcini, gelati, patatine. Tutte cose che mangiavo con gusto...

TO BE CONTINUED..
(Costretta ad interrompere a causa dei compiti di matematica -.-'')




 


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